Recensione su Ginger Magazine

I corpi estranei di Stelio Gicca Palli

Recensione di Marco Buttafuoco

I poeti sono preveggenti? Sentono più o meglio dei sociologi, dei giornalisti (lasciamo stare i politici, si cadrebbe nel banale) lo spirito dei tempi? Difficile da dire in poche righe. Sta di fatto che nella canzone iniziale di questo bel disco Stelio Gicca Palli coglie, nell’assolata scena estiva di una meravigliosa Piazza di Spagna l’odore di una decadenza, un peso opprimente e indefinito. “Aspetteremo l’autunno per aver novità”. L’autunno ha portato nella capitale triste le novità che sappiamo: i segni forse irreversibili di decadenza. Eppure Piazza di Spagna alle quattro è stata scritta ben prima che le inchieste scoperchiassero la marcia malinconia della vita pubblica romana Certo, l’autore non si riferisce a quello che le cronache hanno poi rivelato; ma nei suoi versi si avverte semplicemente un senso di stanchezza e d’inutilità che la bellezza di una giornata maschera a fatica. Roma pare una discarica. “Borghesi coatti, guardiani distratti non lascian che spoglie / Che dopo un gabbiano già sazio per via lascerà”

Stelio Gicca Palli è tornato in sala d’incisione e nel mondo della musica dopo alcuni decenni proficuamente dedicati alla professione forense Aveva scritto, nel 1970, quel Te la ricordi Lella, che fu portato al successo da Edoardo De Angelis ed è tuttora un oggetto di culto nella storia della canzone d’autore italiana.a metà degli anni ‘70 Parlava di femminicidio, con piglio pasoliniano (come scrissero giustamente i giornali dell’epoca), raccontando le confessioni di un balordo che uccide l’amante. La realtà ha superato oggi l’immaginazione poetica dell’autore, che, però, giustamente riproposto la canzone, in questo suo cd

Tutti buoni gli altri pezzi, tutti sopra la media. Tutti intrisi di un sottile disincanto generazionale, di un ironico ma accorato riflettere sulle vicende della vita, sui compromessi, sui sogni finiti. Senza cedimenti alla retorica stucchevole. dei tempi che furono. Stelio Gicca Palli, racconta la presa d’atto della realtà di chi ha coltivato grandi ideali i pubblici e sogni privati e oggi fa i conti con gli anni che passano, con gli orizzonti sempre più ristretti della quotidianità, con la miseria e con la fragilità della condizione umana. ”Cara, dillo ai tuoi figli…Che sono cicorie/Non sono mai gigli/ Che crescono ai bordi/ Delle strade del vasto mondo”

Lo fa senza rancori e senza querimonie, con un distacco che il sottile accento romanesco rende ancora più accentuato. E’ un’amarezza sobria quella dell’ex avvocato, espressa con una poesia sorvegliata, scabra, mai aulica e mai banale

Un bel disco, ricco di personalità, curatissimo negli arrangiamenti, tessuto di melodie interessanti e piacevoli.

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